Nicola Rovetta

Mar 30

woccia:

Milano 6 Meno Meno. Prendi la Gialla.

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Milano 6 Meno Meno. Prendi la Gialla.

Dec 21

Post-social visions

What’s next after Facebook? Facebook itself or something else?

First scenario: Facebook expands to a higher level and becomes THE Internet. You will chat, buy, hire, book, play via Facebook. This is what Facebook is trying to do.

Second scenario: Facebook makes some error, and we continue operating the same actions we do on Facebook on some other social network.

But do you really see yourself doing it by spending on Google+ the same amount of time you spend on Facebook? Maybe we will, but I can’t figure it out. 

First, there is the growing living room and mobile Internet trend, and new platforms dictate new rules. 

Second, what really social interaction is? A matter of having a profile, and setting some permissions.

Think about it. Apart from the content you post or share (photos, text posts, music, videos, news, location) what really is Facebook? A matter of who sees what.

All the forementioned content can be posted or shared without Facebook; think of Instagram, YouTube, Twitter, Flipboard, FriendFeed, Foursquare… the real problem is having the control about who sees it.

Facebook is fighting a war to incorporate all this, but maybe they should focus on what they have, and not on what they have not.

Facebook has our friends’ database, but it doesn’t really own it; we keep it there because our friends are there, and there we have the opportunity to meet them; but you can see how we all have our friends also on G+, and if some unfortunate event should make Facebook lose its hype, we are ready to turn it off and leave for G+.

So, what else? Having a profile and controlling permissions.

The new scenario for the social network of the future can be very simple: grant me an access to a profile, and let me define how other profile owners see my content. Give me a meta-login to all my online services, and host my buddies in an unique aggregation, letting me decide the permission groups (G+’s Circles are a great solution).

A galaxy of micro-services kept together by the oldest glue of all: relationship. What we need is the digital extension of our feelings.

So, goodbye social network, welcome social networking?

Dec 19

Anti-social

La strategia di diffidenza verso i social media di certe marche (e anche di certe agenzie) può confrontarsi con una notizia come quella dell’accordo fra Facebook e Heineken (come già fatto da Diageo in passato) per accedere in modo privilegiato a operazioni di marketing congiunto sviluppate sul social network, sperimentando insieme sulle nuove soluzioni; questo renderà difficile se non impossibile alla concorrenza creare occasioni di “engagement” altrettanto efficaci, perlomeno per primi.

Il che, tradotto, significa che anche l’aver lavorato molto con una piattaforma come Facebook (oltre al denaro sonante) può portare a scelte di questo tipo; la frequentazione reciproca ha sicuramente fatto maturare il rapporto fra la marca e il social network.

Chi ne sta lontano per diffidenza o paura, anche se avesse i soldi da mettere sul tavolo, deve ancora cominciare da zero a capire come, e se, lavorare con Facebook.

E le cose sono due: o Facebook scomparirà, e allora avrà fatto bene chi ne sta lontano, come è stato per Second Life (ma lo hype di Facebook mi sembra comunque durare di più e essere più ampio di quello del mondo virtuale), oppure alcune marche si sentiranno lasciate molto, molto indietro.

Dec 15

Report PSFK sul futuro.

Estratti dei report di PSFK sul futuro del mobile tagging, degli acquisti, etc.

Nov 29

Audience, technology and the path to engagement.

AKQA showed this morning their way to get audience. The (advertising) crowd rumored that they didn’t presented any innovative media campaign idea, just apps and “editechnical” stuff.

But when they said that their Heineken application generated 90 minutes of brand engagement per user, this can’t make us think.

What media communication piece gets 90 minutes of attention?

Where was the budget taken to pay the application and its campaign?

The answer is none, and from the communication budget.

Are we going to give up earning that part of the budget? Let’s concentrate on media campaigns. But we have to care a lot to ensure that our share is growing, not shrinking. Are we sure of it?

One can object that Heineken app is for geeks, and nobody is going to really spend 90 minutes on an app. Fantastic. We have an advantage. These agencies dont’ work on real life events, they do tech stuff.

But please, don’t keep on doing print ads as an answer. People is turning their heads somewhere else, and their attention is going that way.

Oct 03

Social Media: ipotesi di complotto?

Sono sempre stato un sostenitore dell’open source philosophy, dalla collaborazione, della circolazione delle idee con attribuzioni “liquide” dei diritti.

Ma proprio per questo, dopo l’adesione ai social network nella fase “comportamentale” (fornitori di un servizio alla persona in base a loro necessità) mi sento di riflettere sui social network attuali, più “pubblicitari” (fornitori di contatti alle marche per le attività di vendita).

Oggi tutte le marche stanno correndo al brand channel, alla facebook page, alla presenza “là dove il pubblico si trova”. E sono d’accordo, errore grave era stato agli albori di Internet (per quei pochi che non erano riusciti nell’intento, almeno) cercare di produrre ognuno il suo proprio “portale” che aggregasse il pubblico, spendendo in molti casi cifre eccessivamente alte, per poi vedere le persone concentrarsi su un pugno di indirizzi web.

Ma (è il secondo periodo che inizio con il “ma”, e allora???) alla necessaria riflessione su come entrare in contatto con il pubblico nella quota di tempo che essi trascorrono su Internet, con la consapevolezza che percentualmente il loro tempo lo passeranno su siti di cui non abbiamo il controllo, la risposta dovrebbe partire dal contenuto, non dal contenitore.

Ho l’impressione che stiamo aprendo vetrine, come già accaduto su Second Life, senza pensare a cosa mettere sugli scaffali.

Il consiglio è: pensiamo alla nostra marca e a come connetterla con il pubblico, a tutte le cose che possiamo fare, ma soprattutto a quelle che già facciamo, che costituiscono un valore nei confronti della persona. I punti di contatto verranno da soli, un come naturale percorso che porta il fiume al mare, una volta che abbiamo il controllo del nostro contenuto, della personalità della nostra marca, del tono di voce di una promozione o di una attivazione, di un comunicato stampa o di una campagna di lancio.

Ho l’impressione che Facebook e YouTube stiano gongolando nel vederci cadere nella loro rete, pagando cifre che una volta venivano destinate alla gestione della propria identità digitale (il “sito”), per essere invece presenti sui loro scaffali, come dei Carrefour o delle Esselunghe che ben presto ci ricatteranno, e già ora vendono i nostri stessi prodotti, ma con “private label” al nostro stesso pubblico (le aziende).

Non è che promuovendo il social web stiamo agendo da salesmen di Facebook e YouTube, senza provvigione però?

Sep 15

Music - Free with ads or free with expiration date?

As far as I can see, there are two models:

  1. Annoy your free subscriber with ads, forever
  2. Keep the service free for a limited time, then count on the natural number of conversions when you will ask for a subscription fee; freebie hunters will leave for another service with the same model

Only time will tell what is the best. Anyway, music will continue to be free for some users

Read on GigaOm

Apr 12

Feedbach

Feedbach

Apr 01

Conventions that digital helped to break

What typical conventions in communication have been disrupted by the digital age?

Please add yours to my list.

•    Communication is sequential (on a timeline or in space)
•    Communication takes place in a defined time/place
•    Message is decided by the sender
•    Response is absent or asynchronous

Mar 31

Livelli di comunicazione

Si possono definire i livelli ai quali avviene “comunicazione” in un sistema informatico?
Gli attori fra i quali avvengono gli scambi sono utenti diversi (attraverso la macchina), macchina-utente e anche macchina-macchina.

Io ho provato questa gerarchia, riuscite a integrarla, modificarla, o suggerire esempi illustri che hanno affrontato questo problema? Grazie!

Mar 22

Giovani

Per fare la comunicazione digitale bisogna essere giovani… Ma non per il motivo che pensano loro (i giovani oggi vanificano il loro vantaggio competitivo bruciandosi i neuroni con la Playstation, sono privi di qualunque obiettivo, anestetizzano il loro interesse con non ho ancora capito cosa, sono multitasking del fancazzismo, dislessici, incapaci di scrivere in un corsivo da adulti, dotati di un intervallo di attenzione di 0,5 secondi o 5 parole —quanti sotto i 30 anni hanno letto fin qui?) ma perché le coronarie devono reggere.

Mar 11

Professioni del digitale o digitale delle professioni?

In questo periodo di transizioni e cambiamenti, la riflessione, anzi, l’esame di coscienza su che cosa vuol dire essere un “professionista digitale” è in continua evoluzione.

In principio era il web

L’inizio di tutto può essere considerato l’esordio del “web commerciale”; prima, la rete si “usava”, ma a parte chi la manteneva e la faceva crescere, non esistevano professionalità legate alla gestione o definizione del contenuto di ciò che veniva trasmesso.

Con l’avvento delle prime operazioni di visibilità si è creato lo spazio per una specializzazione, il “web design”, che identifica per la prima volta un ruolo che appartiene alla progettazione della comunicazione digitale. A definire chi fa comunicazione digitale è il territorio di intervento (Internet). In realtà esistevano già esperti di interfacce e strumenti di presentazione; la novità sta nell’intervento su ciò che è “trasmesso” e non semplicemente fruibile da un supporto.

Le “web agency”

I web designer potevano essere parte di un’agenzia che si occupava specificamente della comunicazione su Internet, le “web agency”. Per tutti gli anni 90 e parte del primo decennio del 2000, queste entità sono nettamente separate dalle agenzie di comunicazione tradizionale. La complessità del loro campo di intervento ne giustifica l’autonomia.

L’integrazione

Dopo la “bolla” della new economy, si inizia a capire che forse ciò che è “fisico” non morirà definitivamente in favore di ciò che è “virtuale”, e anche che forse non esiste un territorio specifico di ciò che è digitale, ma piuttosto che il digitale sta iniziando a pervadere tutto. Quindi le “web agency” devono scegliere se fanno comunicazione, e unirsi quindi con i gruppi di advertising, o se fanno integrazione di sistemi o software, e crescere quindi in questo senso o anche qui farsi assorbire.

L’opportunità

Ma questo non è vero per tutti. Alcuni “giganti” dell’epoca soccombono o si adeguano (Agency.com, Organic, Razorfish…) ma altri non solo mantegono la propria indipendenza ma, confermando che il territorio di intervento è uno solo, sconfinano nell’ambito delle agenzie di comunicazione, insidiandole, e mostrando che il modello dell’agenzia del futuro sarà certamente un’agenzia di pubblicità con competenze digitali, ma, come in questo caso, potrebbe anche essere un’agenzia digitale che fa pubblicità. Parlo di AKQA e R/GA fra tutte.

La storia recente

Una cosa certa è che il digitale stenta a farsi pagare. Nell’ambito advertising principalmente: le agenzie sono costrette a chiedere ai clienti i soldi per costruire il messaggio ma anche il media, come se avessero fatto pagare ogni volta l’invenzione della TV a chi pagava un commercial.

Inizialmente viene da raccontarsi che “il cliente non è maturo” e che dovrebbe essere normale pagare ore uomo di Information Architect o il codice per lo sviluppo di una applicazione.

Ma a me viene un dubbio. Gli ingegneri sono utili, ma non per questo ce ne deve essere uno in ogni casa. E così ci deve essere il digitale in ogni agenzia? Forse il digitale deve stare per conto suo, a fare cose che lo fanno guadagnare di più, verifiche di usability per interfacce la cui performance è monetizzabile (software o strumenti di controllo militari, etc.) e entrare in gioco quando la Barilla deve fare il minisito del concorso solo per garantire la professionalità nella progettazione dell’interfaccia. Ma nessuno gli pagherà mai uno studio di usability per il “gioca e vinci”.

Il futuro

Il digitale non deve stare nell’agenzia; e se ci sta, deve essere un’agenzia che guadagna da altre cose digitali che non sono advertising o comunicazione: invenzioni, software, supporti alle vendite, intranet, sistemi di formazione e apprendimento…

L’esperto di comunicazione digitale deve avere un nome, come l’ingegnere. Come lo chiamiamo?

Jan 11

L’album dei ricordi

L’album dei ricordi è stato il primo social media? O erano i bigliettini sotto il banco? Sicuramente l’album dei ricordi è stato un incubo per tutti quelli che ne hanno visto passare uno.

Quando quella compagna di scuola ti dava il suo, e tu, mestamente, ma con un sorriso di circostanza, lo riponevi nella cartella, dopo aver inutilmente cercato di non percepire l’aspettativa nei suoi occhi.

In te si faceva strada l’ansia:
“Lo perderò.”
“Ci cadrà sopra la colazione.”
“lo restituirò nel prossimo millennio.”
E, peggiore di tutte, la domanda: “il mio disegno sarà all’altezza?”

Se era nuovo: “Il primo! Che responsabilità”; se era già iniziato, sfogliavi pagina dopo pagina i capolavori come in una mostra multidisciplinare in cui opere di arte visiva facevano a gara con testi di sublime poesia o toccante emotività… In verità non erano poi granché ma in confronto al nulla che avevi in mente tu, sembravano capolavori.

Fortunatamente c’era sempre un paio di “il mondo è fatto a scale…” a toglierti il timore di non essere originale, e soprattutto i tanti disegni fatti dai genitori a confermare che tu, almeno, scorretto non lo saresti stato.

Quelli sono stati i primi briefing del cliente: con il nulla dovevi creare un capolavoro, e per domani.

Altro che calligrafia zen! Dovevi realizzare, su un album che era un pezzo unico, qualcosa che ti avrebbe rappresentato per tutta la vita, e senza sbagliare, perché mica potevi buttare via il foglio…

Io fortunatamente ho rimosso che cosa mi inventavo; chi pensa che per chi sa disegnare il compito fosse più facile, si sbaglia, l’aspettativa era ancora più alta. Io, Paperino e “il mondo è fatto a scale” non me li potevo permettere. Devo aver disegnato più che altro supereroi e forse, se la sconcertante moda del’album è durata fino alle medie, anche i Kiss.

Forse è stato allora che ho imparato a inventarmi sempre qualcosa. Forse l’album dei ricordi è più importante dello stage.

Dec 14

Tablet(iPad)-ed Future/2: 1-1 = even.

In my precedent post I highlighted a “minus” about a future with eBooks. Today, going on in the reading of “Digital Advertising: Past, Present, and Future” (#csbook) , I have a “plus” to share.

(Daniele isn’t paying me! I swear. But I like the book, to date)

Reading a book (a good one) you will always find at least two (or more) memorable sentences that you wish you could remember forever, to astonish future audiences with universal knowledge. The first thing you would like to do, is highlight them, with a common use highlighter.

Sacrilege! Profanation! Do you really would like to highlight with unelegant yellow flashy scars your hardcovered version of the book you waited for through days and days of delivery tracking, until you’ve known more about the destiny of that pack than your son’s activity at school?

EBook? No problem. Highlight. Rethink. Erase. Re-highlight. And, uh… sorry, F.I.L.A… I will never need a highlighter again. Thumbs up!

Nov 25

Tablet(iPad)-ed Future: how will it change our habits?

Last week I finally bought my first e-book. Late mover: as a post-boomer guy grown up in a house full of books and a part-time librarian mom, I have my good reasons to be a paper books consumer.

But I decided to try: I bought Creative Social’s book for Kindle to read on an iPad. And I have got two first thoughts (OK, a first and a second thought) to share.

  1. Reading on the iPad gives me the sore eyes after 10-12 pages;
  2. The second one is tougher. Going through the book I found great empathy with what’s described in the first part (the history of digital advertising, in brief essays from top creatives in the world) and the first impulse has been “I want to pass this book around to my friends”. Then I suddenly realised: you can’t lend an e-book.
    OK, Daniele, it’s not that costly: for a mere 12 € my friends can buy it. But this is not the point. Despite all copyright, pyrating, filesharing issues, you still had permission to lend a paper book to a friend. The worst thing that could happen, people like @stefanomaggi never return it back to you. But you can’t lend an e-book. You can’t leave it to your dad’s house through the weekend for him to check. You can’t do bookcrossing (unless you want to get rid of your device). The same already happened with mp3s. But the compressed format did leave room for considerations about this being the “definitive” purchase of a song; if you liked the album, you’d buy a full-quality CD, which you could lend.
    E-books are identical twins of their paper brothers, potentially lossless versions of them.
    Some can say, “it’s because you’re not a digital native— that’s why you don’t see that sharing is the new lending.” True, but… In this case, sharing is about cut and paste, and cut and paste is copying. And copying is illegal.
    The walled-gardened future Mr. Jobs and company are preparing for us is going to intrude heavily also on our personal habits. Is this good for you?