Social Media: ipotesi di complotto?
Sono sempre stato un sostenitore dell’open source philosophy, dalla collaborazione, della circolazione delle idee con attribuzioni “liquide” dei diritti.
Ma proprio per questo, dopo l’adesione ai social network nella fase “comportamentale” (fornitori di un servizio alla persona in base a loro necessità) mi sento di riflettere sui social network attuali, più “pubblicitari” (fornitori di contatti alle marche per le attività di vendita).
Oggi tutte le marche stanno correndo al brand channel, alla facebook page, alla presenza “là dove il pubblico si trova”. E sono d’accordo, errore grave era stato agli albori di Internet (per quei pochi che non erano riusciti nell’intento, almeno) cercare di produrre ognuno il suo proprio “portale” che aggregasse il pubblico, spendendo in molti casi cifre eccessivamente alte, per poi vedere le persone concentrarsi su un pugno di indirizzi web.
Ma (è il secondo periodo che inizio con il “ma”, e allora???) alla necessaria riflessione su come entrare in contatto con il pubblico nella quota di tempo che essi trascorrono su Internet, con la consapevolezza che percentualmente il loro tempo lo passeranno su siti di cui non abbiamo il controllo, la risposta dovrebbe partire dal contenuto, non dal contenitore.
Ho l’impressione che stiamo aprendo vetrine, come già accaduto su Second Life, senza pensare a cosa mettere sugli scaffali.
Il consiglio è: pensiamo alla nostra marca e a come connetterla con il pubblico, a tutte le cose che possiamo fare, ma soprattutto a quelle che già facciamo, che costituiscono un valore nei confronti della persona. I punti di contatto verranno da soli, un come naturale percorso che porta il fiume al mare, una volta che abbiamo il controllo del nostro contenuto, della personalità della nostra marca, del tono di voce di una promozione o di una attivazione, di un comunicato stampa o di una campagna di lancio.
Ho l’impressione che Facebook e YouTube stiano gongolando nel vederci cadere nella loro rete, pagando cifre che una volta venivano destinate alla gestione della propria identità digitale (il “sito”), per essere invece presenti sui loro scaffali, come dei Carrefour o delle Esselunghe che ben presto ci ricatteranno, e già ora vendono i nostri stessi prodotti, ma con “private label” al nostro stesso pubblico (le aziende).
Non è che promuovendo il social web stiamo agendo da salesmen di Facebook e YouTube, senza provvigione però?