L’album dei ricordi
L’album dei ricordi è stato il primo social media? O erano i bigliettini sotto il banco? Sicuramente l’album dei ricordi è stato un incubo per tutti quelli che ne hanno visto passare uno.
Quando quella compagna di scuola ti dava il suo, e tu, mestamente, ma con un sorriso di circostanza, lo riponevi nella cartella, dopo aver inutilmente cercato di non percepire l’aspettativa nei suoi occhi.
In te si faceva strada l’ansia:
“Lo perderò.”
“Ci cadrà sopra la colazione.”
“lo restituirò nel prossimo millennio.”
E, peggiore di tutte, la domanda: “il mio disegno sarà all’altezza?”
Se era nuovo: “Il primo! Che responsabilità”; se era già iniziato, sfogliavi pagina dopo pagina i capolavori come in una mostra multidisciplinare in cui opere di arte visiva facevano a gara con testi di sublime poesia o toccante emotività… In verità non erano poi granché ma in confronto al nulla che avevi in mente tu, sembravano capolavori.
Fortunatamente c’era sempre un paio di “il mondo è fatto a scale…” a toglierti il timore di non essere originale, e soprattutto i tanti disegni fatti dai genitori a confermare che tu, almeno, scorretto non lo saresti stato.
Quelli sono stati i primi briefing del cliente: con il nulla dovevi creare un capolavoro, e per domani.
Altro che calligrafia zen! Dovevi realizzare, su un album che era un pezzo unico, qualcosa che ti avrebbe rappresentato per tutta la vita, e senza sbagliare, perché mica potevi buttare via il foglio…
Io fortunatamente ho rimosso che cosa mi inventavo; chi pensa che per chi sa disegnare il compito fosse più facile, si sbaglia, l’aspettativa era ancora più alta. Io, Paperino e “il mondo è fatto a scale” non me li potevo permettere. Devo aver disegnato più che altro supereroi e forse, se la sconcertante moda del’album è durata fino alle medie, anche i Kiss.
Forse è stato allora che ho imparato a inventarmi sempre qualcosa. Forse l’album dei ricordi è più importante dello stage.